Riforma contratti parasubordinati: più facile a dirsi che a farsi

il 13 Aprile 2015 Approfondimenti e Tag:, , con 0 commenti

È stata recentemente pubblicata la bozza del Decreto Legislativo avente ad oggetto il “Testo organico delle tipologia contrattuali e la revisione della disciplina delle mansioni, in attuazione della Legge 10 Dicembre 2014, n. 183”. Il Decreto, quindi, ha lo scopo di dare attuazione a parte dei (vaghi) contenuti della Legge Delega e procedere pertanto ad aggiungere un altro tassello nel complesso mosaico denominato jobs act.

L’argomento oggetto della trattazione della presente riguarda gli articoli da 47 a 49 del sopracitato Decreto. Ebbene con soli due articoli il Legislatore potrebbe dare il colpo di grazia alla sempre più odiata parasubordinazione, il cui utilizzo era già stato fortemente ridimensionato dalla Legge 92/2012.


Lo scopo ultimo del Governo è appunto quello di ricondurre tutti i rapporti di lavoro alle fattispecie tipiche e “genuine” del lavoro subordinato: tempo indeterminato, determinato e apprendistato. Per arrivare a tale risultato il Decreto procede su due strade; da un parte cancella la possibilità di stipulare nuovi contratti a progetto o a collaborazione coordinata e continuativa dalla sua entrata in vigore (con delle eccezioni), dall’altra concede ai datori di lavoro una sorta di “condono tombale” per le pregresse violazioni di qualificazione del rapporto di lavoro, nel caso in cui essi procedano a stabilizzare i contratti con i parasubordinati in essere trasformandoli in contratti a tempo indeterminato.

L’art. 49, intitolato superamento del contratto a progetto sentenzia chiaramente che “gli articoli da 61 a 69/bis del decreto legislativo 276/2003, rimangono in vigore esclusivamente per la regolazione dei contratti già in atto alla data di entrata in vigore del presente decreto.” Ecco dunque che il legislatore pone un termine alla stipula di nuovi contratti a progetto e cococo e introduce un regime transitorio per la validità di quei contratti già in essere alla data di entrata in vigore del decreto.

L’art. 47, intitolatoApplicazione della disciplina del lavoro subordinato alle collaborazioni organizzate dal committente, come anticipato dal titolo stesso prevede che, a far data dal 1 gennaio 2016, si applichi la disciplina del lavoro subordinato a tutti quei rapporti di collaborazione che si concretino in “ prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative, di contenuto ripetitivo e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro”. L’articolo introduce quindi un criterio (piuttosto vago e opinabile) di valutazione della prestazione lavorativa al fine di guardare oltre il mero nomen iuris del contratto ed arrivare ad una qualificazione del rapporto basato sulla concretezza del lavoro svolto.

Sono lasciati fuori dalla riforma per espressa previsione del comma 2 dello stesso articolo:

  • a) le collaborazioni per le quali gli accordi collettivi stipulati dalle confederazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore;
  • b) le collaborazioni prestate nell’esercizio di professioni intellettuali per le quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi professionali;
  • c) le attività prestate nell’esercizio della loro funzione dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società e dai partecipanti a collegi e commissioni;
  • d) le prestazioni di lavoro rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal C.O.N.I. come individuati e disciplinati dall’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289.

 

L’art. 48 come anticipato, offre ai datori di lavoro la possibilità di stabilizzare i contratto a progetto, le collaborazioni coordinate e continuative e contratti di collaborazione professionale (quindi con lavoratori autonomi titolari di partita IVA) offrendo in cambio non un incentivo di tipo economico, ma di tipo normativo. Al rispetto delle condizioni del successivo comma 2 infatti, la stabilizzazione comporta “l’estinzione delle violazioni previste dalle disposizioni in materia di obblighi contributivi, assicurativi e fiscali connessi alla eventuale erronea qualificazione del rapporto di lavoro pregresso, salve le violazioni già accertate prima dell’assunzione”. I requisiti da rispettare sono due, oltre ovviamente all’assunzione con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato del collaboratore entro il 2015:

  • la sottoscrizione per i lavoratori interessati, di atti di conciliazioni con riferimento a tutte le possibili pretese inerenti la qualificazione del vecchio rapporto. Conciliazioni da eseguire nelle sedi cosiddette “protette” ossia in sede sindacale o dinanzi alla Direzione Territoriale del Lavoro;

  • nei 12 mesi successivi alle assunzioni in oggetto i datori di lavoro non devono recedere dal rapporto se non per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo;

In attesa del riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione, quest’ultima è esclusa dalla riforma fino al 1° Gennaio 2017 (art. 47 comma 3).

I dubbi che scaturiscono dalla bozza sono numerosi, a partire dalla mancata inclusione dei pensionati nell’elenco degli esclusi del comma 2 dell’art. 47, per arrivare alla gestione dei rapporti di collaborazione in essere con scadenza prevista oltre il 31/12/2015. Inoltre non è chiaro come il Ministero andrà ad attuare nella pratica i dettami previsti dal primo comma dell’art. 47, sicuramente una circolare ministeriale potrà chiarire il tutto.

Inoltre ci si chiede, è veramente divenuto inutile il rapporto di collaborazione? Quel limbo che si pone tra il lavoro subordinato e il lavoro autonomo è davvero scomparso? Ovviamente si parla non di un abuso indiscriminato incentrato “sul risparmio”, ma di un uso corretto, genuino. Una cosa è dettare rigidi parametri di utilizzazione per poi controllarne e sanzionarne (giustamente) l’abuso, ben altra cosa è eliminare ad libitum uno strumento di flessibilità ideato e strutturato per stare al passo con i tempi e le esigenze moderne del mercato del lavoro.

Articolo tratto dal n° 02/2015 del bimestrale del Centro Studi ANCL SU Campania “on. V. Mancini”. La rivista può essere consultata qui e qui

 

Add comment